“Il castello di Vogelod”, Claudio Santamaria e i Marlene Kuntz: viaggio sulle ali del bianco e nero

Successo per la coraggiosa operazione di Claudio Santamaria e i Marlene Kuntz: dare vita tra musica e teatro a un film muto di 96 anni fa

Claudio Santamaria è un affabulatore che riesce a dare movimento alla fissità di una regia datata quasi un secolo fa. I Marlene Kuntz confermano il loro eclettismo facendo vivere in musica quel mondo in bianco e nero. Una magia che prende colore e si completa con la proiezione di un lungometraggio datato 1921 e restaurato magistralmente dalla Cineteca di Bologna.

Incanta l’operazione “Il castello di Vogelod” in scena all’Ambra Jovinelli di Roma (fino al 29 ottobre) per la regia di Fabrizio Arcuri, produzione “Nuovo teatro” di Marco Balsamo. Il sottotitolo “Viaggio musicale nella pellicola Murnau tra parole e immagini” cerca di sintetizzare ciò che lo spettatore vedrà sul palco ma è riduttiva rispetto non solo all’impiego di strumenti multimediatici ma, soprattutto, rispetto alle abilità di Claudio Santamaria e del trio di musicisti dei “Marlene Kuntz” composto da Cristiano Godano (voce e chitarra), Riccardo Tesio (chitarra) e Luca Bergia (batteria, percussioni, cori).

Tutto ruota intorno alla pellicola tedesca del 1921 diretta da Friedrich Wilhelm Murnau, tratta dal romanzo omonimo di Rudolf Stratz, restituita al suo antico splendore color seppia e proiettata su doppio schermo con effetti speciali ritmati dalla composizione rock eseguita live, a tratti sognante, altri incombente, altri ancora trionfale. A Claudio Santamaria il duro compito di narratore, di accompagnare lo spettatore nei dialoghi, semplici ma efficaci, ora da donna, ora da uomo, ora da “rumorista” tra mazzi di chiavi, campanelli e porte che sbattono. Il film è un capolavoro assoluto del cinema muto ma è un mestiere difficile quello che tocca a Santamaria: quello di dare movimento alla fissità delle tecniche di ripresa e alle pose legnose degli attori di un secolo fa.

Ottimo in questo mix artistico anche il lavoro di colonna sonora live dello storico gruppo rock dei Marlene Kuntz, non nuovi all’esperienza di musicare film muti su incarico del Museo del Cinema di Torino. Stavolta, però, la composizione supera ogni prevedibile aspettativa, per ritmica e per pathos. Nei passaggi corali il suono degli strumenti sembra dar voce all’intimo degli attori proiettati sullo schermo, alla furia della pioggia battente, all’incombenza del buio della notte, alle ossessioni dei protagonisti del giallo. Piccola concessione al narcisismo il brano finale, dopo i titoli di coda, che si intitola proprio “La lira di Narciso“, lo storico brano del gruppo, forse il più melodico e conosciuto.

Per dirla con la scheda di presentazione dello spettacolo, “il film a tratti prende corpo reale per tornare a perdersi nella virtualità delle immagini in un contrappunto costante di verità e finzione, un gioco di specchi all’infinito per potenziare al massimo la vocazione thriller di questa pellicola che da’ il via a quei filoni cinematografici che poi imbastiranno un vero e proprio genere, i cosiddetti ‘gialli’, sempre molto apprezzati dal pubblico (anche contemporaneo)”.

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